Cosa ti ha spinto, come laico, a impegnarti nella Chiesa? Ritieni che sia cambiato il tuo modo di vivere l’impegno associativo nel corso del tempo?
La mia esperienza associativa comincia negli anni ‘80, a quindici anni, attraverso la partecipazione a un campo scuola che mi era stato proposto dai miei educatori, poi è proseguita attraverso il servizio educativo nell’ACR e nel settore giovani, con un impegno anche nel Consiglio diocesano. Dal 1990 al 2015 mi sono dedicato alla vita pubblica come assessore nel mio Comune, poi sono tornato a “casa” in Azione Cattolica, che è sempre stata un importante riferimento per le mie diverse esperienze, anche in campo lavorativo. Come cristiano, mi sono sempre sentito chiamato a vivere la fede non solo come adesione razionale, ma attraverso le azioni quotidiane e il servizio al prossimo. Questo per me è stato possibile attraverso un’esperienza di Chiesa, fatta soprattutto di incontri con persone e sacerdoti, che mi hanno aiutato a comprendere come il “fatto cristiano” sia qui ed ora e che la vita sia un “eterno dialogo” in cui vivere la storia.
L’Azione Cattolica è un’associazione di laici all’interno della Chiesa, di cui fa parte anche il clero. Ritieni che ci sia una buona collaborazione fra presbiteri e laicato, oppure ci sono ancora delle difficoltà da superare?
La Chiesa è sicuramente cambiata, così come sono cambiati i tempi; indubbiamente in termini numerici non possiamo raffrontare gli anni ‘80 con l’attualità. Ad esempio, è venuta meno la centralità della parrocchia, come riferimento complessivo nelle nostre comunità; un tempo le persone venivano, oggi invece vanno cercate, perciò dobbiamo riscoprire la dimensione di Chiesa missionaria. È questa, a mio avviso, la grande sfida che come cristiani siamo chiamati a cogliere perché fa parte del nostro Dna associativo. È importante evitare di cadere nella tentazione dei gruppi chiusi o di una Chiesa di élite, di esperti della Parola; l’esperienza associativa in tal senso ci dice che vivere la fede è per tutti, grandi e piccoli, intellettuali o semplici, perché quello che conta è la sapienza del cuore, traendo forza dalle nostre fragilità e dubbi. Non esistono persone che hanno sempre la risposta e la soluzione a tutto. Su questo va costruita anche la relazione con i nostri pastori, che non è un confronto fra “noi e voi”, ma un camminare assieme.
L’Azione Cattolica di Gorizia ha festeggiato il suo primo centenario nel corso della tua presidenza. Che bilancio possiamo trarne e in quale direzione dovrebbe andare l’associazione in futuro?
Il centenario è stato un’occasione fantastica per riscoprire le nostre radici, per comprendere il contributo che l’Ac ha dato alla storia del Paese. Sapere da dove si viene è fondamentale per capire dove andare. Questo lavoro di ricerca ci ha aiutato a capire come sia fondamentale testimoniare la nostra fede nella società e nel mondo, come coloro che ci hanno preceduto, secondo quattro pilastri: «Preghiera, Azione, Sacrificio e Studio».
In una società sempre più frammentata e polarizzata, caratterizzata da un esasperato individualismo, le associazioni sembrano vivere un momento di crisi. Secondo te, qual è lo stato di salute dell’Azione Cattolica nella nostra diocesi e cosa dovrebbe fare per esercitare la sua missione nel mondo in modo incisivo?
Dire che va tutto bene, sarebbe semplicistico, ma ho motivi di essere ottimista; in termini numerici abbiamo recuperato tutto ciò che era andato perduto nel periodo pandemico e da tre anni cresciamo, non soltanto dal punto di vista delle adesioni, ma anche con iniziative e proposte. Questo è un tempo molto complesso, ma ritrovo nelle persone desideri e domande profonde a cui dobbiamo dare risposte attraverso la nostra esperienza di fede.
Alla luce della tua lunga esperienza, come valuti le nuove generazioni? Sono pronte a impegnarsi per continuare nel tempo l’impegno associativo, oppure sono “riluttanti” a mettersi in gioco?
Io ho una visione positiva, i giovani non devono essere visti solo come la speranza, ma soprattutto la certezza dell’oggi. Dobbiamo dare loro spazio e responsabilità, anche con il rischio che possano sbagliare. Sono ricchi di entusiasmo, capaci di dialogare e parlare i linguaggi nuovi, perciò dobbiamo liberare queste buone risorse, offrendo loro cammini vocazionali formativi mirati.