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Intervista al prof. Michele Cassese

Presentiamo un’intervista al prof. Michele Cassese, docente presso l’Università degli Studi di Trieste e dell’Istituto di Studi Ecumenici “S. Bernardino” di Venezia, che nel corso della Due Giorni rifletterà sul ruolo del laicato nella Chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II a oggi.

Come ritiene che sia cambiato nel tempo il ruolo dei laici all’interno della Chiesa, in particolare dopo il Concilio Vaticano II?
Dalla fine del Concilio (1965) in poi la visione e il ruolo dei laici sono sensibilmente cambiati. Un tempo considerati “sudditi” dei chierici, oggi è loro riconosciuta una pari dignità di “cooperatori” nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Una ministerialità significativa che si esprime nel diaconato permanente (per i soli uomini), nella catechesi, nel coordinamento di piccole comunità ecclesiali e di consigli parrocchiali, nella guida della liturgia della Parola o nella preghiera comunitaria, nel ministero straordinario dell’Eucaristia. E anche ruoli di insegnamento nelle facoltà teologiche e istituti di scienze religiose, di formazione dei seminaristi e religiosi, di giudice nei processi canonici, di ascolto e accompagnamento spirituale per altri uomini e donne. Sono tutte novità considerevoli, eppure resta ancora molto cammino da fare perché la Chiesa diventi realmente “comunità comunionale”.
 
Papa Francesco ha dato grande rilievo alla sinodalità. Secondo lei, il percorso intrapreso porterà un autentico cambiamento nella prassi ecclesiale, con un approccio più orizzontale e una maggiore collaborazione fra il clero e i laici?
Lo storico F. Braudel insegna che per cambiare una mentalità e instaurare una nuova prassi culturale occorre un tempo lungo. Ciò vale anche per la questione del rapporto clero-laici. Nonostante insegnamenti e sforzi di pontefici e vescovi, persiste ancora tra la maggioranza di preti e laici una mentalità clericale, fatta di distinzione tra la rilevanza del clero e quella del laicato e di mancanza di autentica relazione tra loro. È un distacco dal sapore preconciliare. Occorre fare passi in avanti, «ringiovanire la Chiesa con la forza del Vangelo», come afferma il documento finale del Sinodo. Occorre che i laici non siano semplicemente destinatari dell’azione pastorale, ma ne siano soggetti attivi. E anche se la stessa loro partecipazione ai lavori sinodali non è riuscita a essere così corale come si sperava, quel documento indica buone piste di rinnovamento. Restano, a mio avviso, tre aspetti da mettere a fuoco per farne oggetto di dialogo nelle nostre realtà ecclesiali locali: visione e ruolo del prete, con la sua formazione umana e spirituale nei seminari; relazione interpersonale e “cooperativa” tra vescovi-preti-laici nella vita della Chiesa; rapporto tra Chiesa-mondo-Regno di Dio. In particolare, cosa significa «essere Chiesa in cammino verso il Regno», essere «per la realizzazione del Regno di Dio»? E cosa si aspetta il cosiddetto “mondo” dalla Chiesa? Per trovare risposte occorrerà una prassi di vera “sinodalità”, in cui possano valorizzarsi reciprocamente tutte le voci, pur nel rispetto di chi è demandato a fare sintesi.
 
In un mondo caratterizzato da sfide complesse (le guerre, le pandemie, l’emergenza ecologica, ecc.), che ruolo può giocare la Chiesa cattolica e, in particolare, il laicato, testimoniando la fede cristiana in maniera incisiva in una società sempre più secolarizzata?
Partirei dal richiamo di K. Rahner su Il peccato nella Chiesa. La Chiesa è santa e peccatrice, la sua immacolatezza non è mai un fatto definitivo, e quindi ci è richiesta innanzitutto un’opera continua di purificazione di noi stessi, un atteggiamento di umiltà e modestia dinanzi ai mali nel mondo. Partendo da qui, l’identità del cristiano si rende esplicita nella testimonianza del Cristo nella storia, consapevoli che è tempo non di «attendere la gente, ma di andare e soprattutto entrare» nei problemi del mondo, assumendosene la responsabilità, a livello personale e comunitario. Oggi il ruolo della Chiesa tutta è creare senso di comunità, formare i suoi membri anche all’impegno politico in senso lato, come avvenuto in passato, facendo crescere gruppi, movimenti, e organismi di volontariato e/o ecclesiali che creino reti e abbiano obiettivi ben precisi. Occorre però una sinergia - tra cattolici, tra questi e altri cristiani, e membri di altre religioni - per spingere governanti e detentori del potere a politiche e azioni di giustizia per tutti; occorre convogliare le forze e le risposte, in coerenza con la propria adesione di fede e lo spirito di comunità proposto da Cristo e dagli Apostoli. Da parte di tutti noi occorre superare la scissione tra appartenenza religiosa e vita sociale e politica, tra fede e prassi quotidiana, in una rinnovata e convinta coerenza tra chiamata e sequela.
 
Nella sua attività di docente, ha dedicato una parte del suo lavoro al dialogo ecumenico. Secondo lei, ci sono stati degli sviluppi significativi in questo ambito, oppure ci sono ancora tanti passi da compiere per ritrovare un’“unità nella diversità”?
L’ecumenismo, a mio avviso, ha ancora molta strada da percorrere, particolarmente in Italia. Manca sensibilità e spirito ecumenico, anche entro la gerarchia. Dopo oltre 40 anni di incontri ufficiali tra Chiese cristiane su numerosi temi dottrinali ed etici, sono stati raggiunti alcuni risultati (conoscenza delle reciproche posizioni, comprensione delle ragioni dell’altro, scoperta di elementi comuni, conferma di quelli divergenti); è stato sottoscritto un accordo dottrinale sulla giustificazione per grazia; si è “compresa” l’azione di M. Lutero. Ma su alcune specifiche questioni dottrinali ed etiche le Chiese sono rimaste sulle proprie posizioni, senza un accordo definitivo. Di conseguenza in molti ambienti ecclesiali lo spirito ecumenico si è affievolito, forse pensando che il dialogo fosse interrotto. I rapporti invece sono continuati attraverso collaborazioni accademiche tra protestanti, ortodossi e cattolici, azioni pastorali in comune, eventi e attività di carattere sociale o politico. Papa Francesco è stato testimone attivo di incontri con rappresentanti di altre Chiese e religioni. Lo spirito ecumenico è rimasto acceso ma va alimentato, passando da un ecumenismo dottrinale a un ecumenismo spirituale, pastorale e cooperativo. L’ “unità visibile” in un’unica Chiesa istituzionale forse non ci sarà (Y. Congar); è invece da perseguire un’unità nella diversità, imparando a immergersi nello scambio e nella condivisione delle peculiari ricchezze spirituali delle diverse confessioni, collaborando nella soluzione dei problemi del mondo, perché esso sia più umano e “corrispondente” a quello voluto da Dio. E qui si richiede un lavoro di maggiore formazione di preti e laici e l’invito a una fede più coraggiosa, perché le richieste sono innumerevoli.
 
Nella sua esperienza di insegnamento, è stato a lungo a contatto con il mondo giovanile. Con il passare del tempo, ha notato un cambiamento nel modo di affrontare l’impegno associativo da parte delle nuove generazioni, in particolar modo in ambito ecclesiale? Quali sono le sue valutazioni in merito a questo tema?
Avverto nei giovani delle due ultime generazioni un disorientamento e un desiderio di attenzione e cura. Fanno massa ma non gruppo. E soprattutto necessitano di obiettivi. Papa Leone XIV ha lanciato forte ai giovani il richiamo a «cercare cose alte». Questo può essere un impegno al quale collaborare tutti insieme, creando le occasioni perché i giovani sperimentino comunità vive, multigenerazionali, unite dall’impegno concreto a favore degli ultimi, in cui essi possano vivere una vicinanza concreta alla loro crescita psicologica e spirituale, fondandola sull’incontro con gli altri e l’oblazione di sé. E anche un ideale laicale di fede, fede interiorizzata più che spettacolarizzata, sostanza di una consapevole presenza al mondo.

Elisa Battistella
 
data di pubblicazione: 28-08-2025
autore: Elisa Battistella | tema: UNITARIO
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