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Pacem in Terris: quando la pace diventa un dovere

A più di sessant’anni di distanza, la "Pacem in terris" resta un testo che non consola, ma provoca, e di cui abbiamo ancora urgente bisogno

Papa Giovanni XXII mente firma l'enciclica "Pacem in terris" (Keystone-France, Public domain, via Wikimedia Commons)
Papa Giovanni XXII mente firma l'enciclica "Pacem in terris" (Keystone-France, Public domain, via Wikimedia Commons)
A più di sessant’anni dalla sua pubblicazione, la Pacem in terris rimane un messaggio di sorprendente attualità. In un mondo ancora segnato da guerre, minacce nucleari e conflitti ideologici, l’enciclica di papa Giovanni XXIII continua a parlare con una lucidità quasi scomoda.

Scritta nel 1963, nel pieno della Guerra Fredda, la Pacem in terris non è un documento relegato al passato, ma un vero e proprio atto di accusa contro ogni politica fondata sulla paura, sulla forza e sull’equilibrio del terrore. Giovanni XXIII partiva da un’affermazione tanto semplice quanto radicale:
«La pace in terra, suprema aspirazione di tutta l’umanità, non può essere stabilita se non nel pieno rispetto dell’ordine morale».
 
Non esiste pace senza giustizia, né sicurezza senza rispetto della dignità umana. Una verità che oggi appare spesso dimenticata, sostituita da calcoli strategici, interessi economici e logiche di potenza.
 
La forza profetica della Pacem in terris risiede anche nel suo destinatario. Giovanni XXIII non si rivolgeva soltanto ai cattolici, ma a “tutti gli uomini di buona volontà”. Fu una scelta che ruppe gli schemi: la pace non veniva più considerata una questione confessionale, bensì una responsabilità collettiva, dalla quale nessuno può chiamarsi fuori.
 
L’enciclica individua quattro pilastri fondamentali su cui costruire una convivenza autentica, ancora oggi alla base di ogni messaggio pontificio sulla pace: verità, giustizia, amore e libertà.
Senza verità, la politica si riduce a propaganda; senza giustizia, prevale il diritto del più forte; senza amore, le relazioni si disumanizzano; senza libertà, la pace diventa solo silenzio imposto.
Particolarmente attuale è il forte richiamo ai diritti umani. Giovanni XXIII affermava che ogni persona è soggetto di diritti e doveri inseparabili tra loro. In un’epoca in cui i diritti vengono spesso rivendicati senza responsabilità, l’enciclica ricorda che la pace nasce dall’equilibrio tra libertà personale e bene comune.
 
Ma il cuore più radicale e profetico del testo resta la condanna della guerra. Il Papa scriveva senza ambiguità:
«È alieno dalla ragione pensare che la guerra sia uno strumento adatto per ristabilire diritti violati».
Parole scritte oltre sessant’anni fa che oggi risuonano come una sentenza definitiva contro ogni tentativo di giustificare la violenza armata, soprattutto in un mondo capace di autodistruggersi con le armi nucleari.
 
La Pacem in terris chiedeva inoltre una nuova politica internazionale, fondata sulla cooperazione e non sulla minaccia. L’idea di un’autorità mondiale al servizio del bene comune anticipava di decenni i grandi temi della globalizzazione e dimostra quanto la visione di Giovanni XXIII fosse avanti rispetto al suo tempo.
 
Oggi, mentre la pace viene spesso ridotta a uno slogan o a una fragile tregua, questa enciclica ci pone una domanda scomoda ma necessaria: vogliamo davvero la pace, o soltanto la nostra sicurezza?
 
Perché la pace, ci ricorda Giovanni XXIII, non è comoda né automatica. È una scelta morale quotidiana, esigente, che chiama in causa coscienze, istituzioni e popoli.
 
Ed è forse proprio per questo che, a più di sessant’anni di distanza, la Pacem in terris resta un testo che non consola, ma provoca. E di cui abbiamo ancora urgente bisogno.
data di pubblicazione: 24-01-2026
tema: UNITARIO
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