La speranza non è qualcosa da attendere, ma una realtà da costruire insieme. È questo uno dei messaggi più forti emersi dalla Due Giorni Diocesana dell’Azione Cattolica, «Testimoni di speranza. La vocazione missionaria dei laici», che si è svolta a Gradisca d’Isonzo. Due giornate di ascolto, confronto e riflessione per interrogarsi sul ruolo dei laici nella Chiesa e nella società e, soprattutto, sul modo di abitare il tempo presente con uno sguardo capace di futuro.
A tracciare il primo orizzonte è stato Luca Diotallevi, che ha richiamato il tema della responsabilità del cristiano nella società. La fede, ha sottolineato, non può essere vissuta come una realtà separata dalla vita concreta: la Chiesa, la società e i loro problemi fanno parte dell’esperienza dei credenti. Al centro c’è la libertà della persona, chiamata a maturare attraverso relazioni e percorsi educativi capaci di fornire riferimenti valoriali senza trasformarsi in appartenenze sostitutive della coscienza.
Da qui emerge una concezione del laico non come semplice collaboratore della pastorale, ma come persona chiamata a vivere il Vangelo dentro il mondo, con la propria competenza, il proprio lavoro e la propria responsabilità. È nel quotidiano, nei luoghi della vita e della società, che la testimonianza cristiana trova il suo spazio naturale.
Su questa prospettiva si è innestato l’intervento di Claudia D’Antoni, del Centro nazionale studi dell’Azione Cattolica Italiana. Il punto di partenza è il Battesimo: è lì che comincia l’avventura cristiana e da lì nasce la vocazione del laico. Non una «serie b» rispetto ad altre vocazioni e nemmeno un semplice braccio operativo della parrocchia, ma una chiamata a portare Cristo nella vita che già si vive.
L’Azione Cattolica diventa così una vera «palestra di sinodalità», di ecclesialità e di corresponsabilità laicale. Non un luogo dove semplicemente occupare il tempo con attività, ma uno spazio nel quale imparare a camminare insieme, assumere responsabilità e mettere al centro l’evangelizzazione. Per questo, ha ricordato D’Antoni, l’associazione è chiamata a custodire la propria identità senza irrigidirla, interrogando linguaggi e strutture e passando dalla domanda «quanti siamo?» a quella decisiva: «per chi siamo?».
Una domanda che trova una risposta nell’immagine evangelica dei discepoli sul lago di Tiberiade: «gettare le reti dall’altra parte». Non cambiare mestiere, barca o rete, ma cambiare direzione e sguardo. È la sfida di essere testimoni di speranza nella vita ordinaria, nelle relazioni, nel lavoro, nei territori, andando incontro a chi è più lontano, ferito o dimenticato.
Il terzo contributo, quello di Pierpaolo Triani, ha portato l’attenzione sul Cammino sinodale della Chiesa italiana e sulle prospettive che esso apre. Un cammino che, ha ricordato, non si è semplicemente concluso con l’elaborazione dei documenti, ma è entrato nella fase della ricezione e dell’attuazione. Per l’Azione Cattolica si apre quindi una responsabilità precisa: conoscere, accompagnare e contribuire concretamente a questo processo.
Evangelizzazione, sinodalità e corresponsabilità dei laici sono le tre grandi sollecitazioni consegnate alla Chiesa. La sinodalità, in particolare, non è soltanto una modalità per assumere decisioni, ma uno stile di vita: camminare insieme, servire insieme, cercare insieme. Una strada non sempre semplice, perché le relazioni sono fragili e richiedono ascolto, pazienza e conversione. Ma proprio per questo indispensabile.
Nelle conclusioni, l’Arcivescovo mons. Giampaolo Dianin ha raccolto e rilanciato i fili emersi durante le due giornate. «La responsabilità è il nostro progetto», ha sintetizzato, collegando la vocazione dei laici alla scelta di prendersi cura del bene comune. Una responsabilità che nasce dal Battesimo e che non è privilegio, ma servizio: essere stati incontrati dal Vangelo significa assumere il compito perché anche altri possano scoprire di essere figli amati e riconoscere i semi di bene già presenti nella storia.
L’Arcivescovo ha quindi richiamato il bisogno di un’appartenenza adulta e matura all’Azione Cattolica e di un’associazione capace di ripensarsi nel contesto di una Chiesa e di un territorio in trasformazione. Anche Gorizia, città di confine, è chiamata a ripensare il proprio futuro e la Chiesa non può considerarsi estranea a questo processo. «Non siamo un’altra cosa», è il senso delle sue parole: la comunità cristiana appartiene pienamente alla storia del territorio e può contribuire alla sua costruzione.
Infine, il richiamo alla sinodalità come responsabilità condivisa. Nessuno può pensare di possedere da solo la strada da percorrere. Il futuro dell’Azione Cattolica e della Chiesa diocesana non sarà deciso da una sola persona, ma attraverso un cammino comune, nel quale laici, sacerdoti, giovani, adulti e ragazzi siano protagonisti.
La Due Giorni si chiude così con una consegna semplice e impegnativa: non limitarsi a custodire ciò che già esiste, ma avere il coraggio di costruire ciò che ancora non c’è. La speranza diventa allora una responsabilità concreta: quella di ciascuno, nel proprio «tratto di muro», dentro la vita quotidiana, per contribuire a costruire una Chiesa più sinodale e una società più umana.