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GORIZIA 2025: L’AZIONE CATTOLICA DI VICENZA VISITA LA CITTA’

Il confine come soglia che apre all’incontro

La Piazza della Transalpina ci accoglie inondata di sole, la città celebra la festa del donatore. Una voce femminile dal microfono invita in italiano e sloveno a farsi avanti, donare il sangue è scegliere la vita.
 
Qualcuno con una telecamera riprende il nostro gruppo, Gorizia e Nova Gorica sono capitali europee della cultura, giusto testimoniare l’arrivo di turisti, al solito spaesati.
La guida ci invita a raggiungere il centro della piazza, lì dove passa il confine. Di là la Slovenia con la stazione; di qua l’Italia. Il disco d’acciaio incastonato tra i ciottoli ricorda il 1947, l’anno in cui le forze alleate decisero di dividere in due la città costruendo un muretto a segnare il confine. Ora non esiste più, è stato abbattuto nel 2004 quando la Slovenia è entrata a far parte dell’Unione Europea.
 
Ci disponiamo in cerchio intorno al disco, le nostre ombre lo avvolgono: il nostro racconto comincia da qui, da queste ombre che dicono comunità, unione, ma ancora non lo sappiamo.
 
Tutto ebbe inizio da un confine imposto da altri, arbitrariamente, un confine rigido e irrispettoso, perfino il cimitero fu diviso, un confine politico. Quando vivi da sempre in una città di confine e la mescolanza delle etnie e delle lingue è normale una separazione così netta non può che portare a contrasti, a situazioni difficili da gestire, ad autoritarismi e visioni politiche che non intendono confrontarsi.
 
E così il confine porta con sé lotta e lutti, da ambo le parti, e là dove era la convivenza, subentra la diffidenza, se non anche l’odio. E il confine tracciato al suolo diventa anche il tuo confine interiore con il quale devi fare i conti e che, a un certo punto, ti costringe al confronto. Allora intuisci che è tempo di andare oltre quel confine.
Ma per farlo devi guardare in faccia la storia, non la puoi rinnegare, anzi ti è chiesto di fare memoria, è una necessità dettata dal cuore. Solo così puoi metabolizzare quanto successo, interiorizzare quanto accaduto. E questo comporta provare dolore. È un dolore reale, è cicatrice inferta alla tua pelle, incisa nel cuore di innumerevoli famiglie: ha portato con sé odio e morte. Ma anche gli altri, oltre quel confine, hanno conosciuto il medesimo dolore.
Per questo motivo il confronto diventa ancora più necessario e lo strumento non può che essere il dialogo. Ma non c’è dialogo senza perdono, di sé stessi, degli altri.
 
Un cammino lungo e difficile, irto di insidie che ancora si annidano nei cuori, che fanno difficoltà a lasciare spazio a una visione condivisa perché il peso di tante ingiustizie ha lasciato profonde cicatrici. Eppure non vi è un’altra strada da percorrere se si vuole giungere alla pacificazione. Ecco questo è l’obiettivo, vivere gesti di pace che siano segni concreti di pacificazione, non solo parole, ma azioni, tempi da vivere assieme.
 
La nostra intenzione era quella di confrontarci con il tema del confine, prenderne coscienza in un tempo nel quale tale limite si moltiplica. Al dialogo si preferisce il muro, alla condivisione l’isolamento; al diverso si spegne la voce; per il migrante si costruiscono gabbie spacciate per improbabili asili. L’incontro con la comunità goriziana ci ha insegnato una cosa: il confine si può oltrepassare, anzi, deve essere oltrepassato, perché quel limite “è anche un luogo dove si finisce insieme (cum e finis), dunque una soglia […]” che apre all’incontro.
Anche perché, sappiatelo, alla mucca non importa assolutamente niente del confine!

Sergio Merlo
data di pubblicazione: 11-07-2025
autore: Sergio Merlo | tema: ADULTI
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