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Il giudice Livatino: fedele servitore dello stato

data di pubblicazione: 01-04-2024

Ancora oggi non solo in Sicilia, il suo resta un esempio luminoso da seguire.

Figlio della Sicilia, Rosario Livatino nasce nel 1952 a Canicattì. Trascorre la sua vita lì, opera all’interno dell’Azione Cattolica e nel 1971 si iscrive a Giurisprudenza. Nel 1978 entra in magistratura e viene affidato al tribunale di Caltanissetta. Le sue indagini coinvolgono subito i rapporti tra mafia e potere politico. La sua brillante carriera viene spenta nel sangue il 21 settembre del 1990, quando viene brutalmente assassinato. E per questo è il primo magistrato beato nella storia della Chiesa cattolica.
 
Il magistrato deve essere credibile, servire la giustizia ed essere indipendente da tutti; nei suoi discorsi, possiamo leggere il fermo desiderio di mantenere una coscienza capace di restare sempre al di sopra delle parti, per poter giudicare in maniera imparziale.
 
La sua fede si manifesta quando ricorda che  Dio è sì sommo giudice, ma comprende anche il passaggio dal giudice dell’Antico Testamento, ad un Dio che ama e perdona; “la giustizia è necessaria ma può e deve essere superata dalla legge dell’amore, verso il prossimo e verso Dio”. Livatino affronta, in alcuni suoi discorsi, temi di grande attualità: il rapporto tra fede e politica, la questione dell’eutanasia e della fecondazione artificiale. Stupisce che fede e giustizia coincidano perché per lui “il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico”.
 
Nel ricordare che la sua memoria cade il 29 ottobre, giorno della sua Cresima, vogliamo pensarlo accanto agli altri nostri testimoni, lui così giovane, che brilla come un fedele servitore dello stato, cui ha dedicato tutta la sua vita, cercando di far emergere loschi traffici.
 
Ancora oggi non solo in Sicilia, il suo resta un esempio luminoso da seguire.
 
Barbara Spanedda